MPX KO

Settembre 2018

Ho un marito iperattivo e non riesco a stargli dietro.

Si lamenta che facciamo poche cose insieme. In effetti, ho questo maledetto vizio delle donne sposate con figli: occuparsi della prole e mandare avanti la casa, nella maggioranza dei casi lavorando anche fuori. Io, fortunella, di case da mandare avanti ne ho due: la nostra e quella della mamma. A 60 km l’una dall’altra, con 2 volte bucati, 2 volte pulizie, 2 volte spesa, 2 volte tutto. E la roba di qua mica la posso stirare di là, quindi ho anche il maledetto vizio di stirare ovunque, la sera. Anche quando vado al ristorante, mi metto a stirare i tovaglioli. E’ sera, quindi mi parte il trip e stiro qualsiasi cosa. Mi sposto in continuazione per necessità, sempre con appresso la creatura (parlo di mia figlia, non del ferro da stiro), il che fa di me una specie di meteora impazzita.

Ecco, vi ho confessato i miei vizi. Ora, veniamo ai suoi.

Finisce di lavorare alle 13 e ha tutto il resto della giornata libero. In genere si dedica ai propri hobby, ad esempio e’ bravissimo a tenere in ordine il giardino. Taglia l’erba con un trattorino che è uno spasso e fa il prato tutto a righe simmetriche. Gestisce i nostri pennuti e l’ho beccato a parlarci, quando pensavo di essere l’unica in famiglia. Raccoglie le foglie di magnolia a una a una, in una specie di ossessione compulsiva. (Se mai vi passasse per la testa di mettere una magnolia in giardino, a meno che non vogliate perdere l’uso del marito, non fatelo! Cadono un miliardo di foglie al giorno ndr).

La sua vera passione è lo sport.

È una delle cose che ci ha fatto innamorare, tra una nuotata e l’altra. A me, con la maternità, come sport è rimasto “metti-il-pannolino-togli-il-pannolino”. A lui palestra, piscina e soprattutto gran giri in bicicletta. Oltre alla devozione per la sua unica figlia femmina. Quando poi riesce a conciliare i suoi due amori (la bici e la bimba, che avevate capito?), per lui è il massimo. Per questo, quando ieri alle 18 mi ha proposto di unirmi a lui e Angelica, già trionfante sul suo seggiolino dietro al sellino di papà, non ho saputo, né voluto, dire no.

Pc chiuso, capanno aperto ed ecco la mia bici.

Languente lì da mesi e mesi. In (quasi) quattro e quattr’otto Lorenzo gonfia le gomme, dà una lucidata al manubrio ragnateloso e siamo pronti. Allegra gita in “family”, “ma che sia breve!” annuncio “che la bambina deve mangiare”. E tra me e me penso “Anche perché chi ce la fa a stargli dietro? Io son già stanca…”.

Si parte, giù per la solita strada che non percorrevo da prima di rimanere incinta.

Il tratto che porta da casa al canale Villoresi. Ed ecco la prima riflessione: ci sono tre aspetti positivi nell’abitare a 200 mt da Malpensa. Il primo, non devi alzarti a orari assurdi per andare in aeroporto quando parti e sei a casa in un attimo quando arrivi ma, considerato che attualmente prendo l’aereo non più di due volte l’anno, è un gran chissenefrega. Il secondo, quella volta in cui decidi di fare un giro in bici, perché è estate ma tanto hai l’Autan, oppure perché è inverno ma stranamente non c’è nebbia, in un attimo sei nel parco del Ticino o sui Navigli e, se li segui, puoi anche arrivare fino a Milano (ah, mia dolce, quanto mi manchi…). Il terzo aspetto non esiste, già è tanto averne trovati due.

Anyway…

La brezza del tramonto di settembre scompiglia i capelli ricci e sottili di Angelica, che dalla bici davanti continua a voltarsi e a dire “Mamma, mamma!”, incredula di vedermi pedalare con loro. Mi intenerisco. Intanto penso “Ma come cacchio farò quella discesa diventata salita, al ritorno? Ecco, sono pazza, già mi fanno male le gambe, io e questo maledetto vizio di non allenarmi più per dedicare tutta la giornata a una diciottomesenne, potrei anche lasciarla giocare con le anatre e le galline di tanto in tanto, no?

Anche Cenerentola se la spassava coi topolini. E lì ne abbiamo: i famosi topini di Malpensa. Volendo…

Giriamo a destra e lasciamo la strada, ecco i canali. Bello, questo scampolo d’estate che ancora ti fa marcire la maglietta di sudore, però aspetta, Angelica mica sta pedalando, prende freddo. “Lore, fermati, il maglioncino!”. Possiamo ripartire.

Pedala pedala pedala…ma che ore sono? Non è il caso di tronare indietro? Devo preparare la cena…

Lorenzo annuncia che tra poco saremo a Tornavento, che poi è la nostra meta. Mica lo sapevo, se no non avrei fiatato, perché Tornavento è uno dei miei posti del cuore. I più begli aperitivi al tramonto con mio marito, a Tornavento. Il Battesimo di nostra figlia, a Tornavento. Pedala pedala, anche se c’è una salita “tornantosa” (dice Lorenzo, io non parlo perché ho la lingua sotto le ruote), senza nemmeno scendere una volta dalla bici, arrivo in cima. Io sono una che va piano, ma ho un buon fiato e prima o poi arrivo. Dopo muoio, ma intanto arrivo in cima.

Eccoci, il tramonto è meraviglioso!

Angelica scorrazza felice, birra per noi a stomaco vuoto ma sì, tanto sui canali non c’è traffico, al massimo mi faccio un tuffo. Due selfie e si riparte, anche perché si fa buio, ormai le giornate si accorciano.

Lasciamo la piazzetta.

Lore e Angelica girano l’angolo davanti a me e Pemmm Psssssssssssst… Non avevo mai sentito esplodere una gomma di bicicletta. Fa proprio Pemmmm, psssssssssssst. Li raggiungo: bici a terra, Lorenzo che smadonna, Angelica ripete all’infinito “Pemmm pssssssst”. Ma che sifga! E adesso? Adesso tu prendi la mia bici e vai a casa a recuperare la macchina, io faccio mangiare Angelica qui da qualche parte e torni a prenderci, se no chi la tiene più?

Lui rifiuta.

Ha ancora in mente quando da ragazzino lo chiamavano Mc Gyver, annuncia che ha sempre dietro una camera ad aria e che è questione di 5 minuti. Ma come ho fatto a non pensarci? Chi non gira con una camera ad aria in tasca!I minuti diventano 20, Angelica corre ovunque, sempre più affamata. Una ragazza carina ci offre un passaggio, sto per accettare, ma non sia mai! Mc Gyver ha in corso una sfida con se stesso e non c’è figlia affamata che tenga.

Ore 19.45, siamo pronti a ripartire.

Parla la madre sacrificale che è in me: “Vai avanti con Angelica e preparale da mangiare, io arrivo con la mia andatura, non ti preoccupare”. “Ok, però facciamo la strada normale che è più veloce. Tranquilla, sono solo 8 km, in un quarto d’ora siamo a casa”. Sì, se facessi le gare la domenica come te, che hai una moglie col maledetto vizio di stare a casa con la bambina e i topol… Va beh, ciao. Sfrecciano via, in un minuto e mezzo scompaiono alla mia vista. Ma sì, a sapere che lei sarà presto a casa mi rilasso e sai che ti dico? Che adesso io mi godo questa inaspettata pedalata solitaria.

Vado spedita, ma senza tirare, anche perché…

La birretta… eh. Tutta nelle gambe sta. Opssss, aspetta che seguo la linea bianca, che comincia a non vedersi più un tubo e sono senza luci. Ma questo è un falsopiano, o è la birra? No perché non me ne ero mai accorta di queste pendenze. La strada non è molto trafficata, ma le auto che passano proprio per questo si sentono autorizzate a rompere il muro del suono. Penso a mia figlia, più avanti. Ecco, siamo due genitori di merda! Lo vedi, io non lo devo assecondare mio marito, cosa cazzo gli viene in mente di uscire in bici alle sei di sera? E lei non ha neanche il caschetto, per forza, è riccia, ma cretina intendevo il caschetto protettivo, ma quante Chiare ci sono in me? Ed era solo una birra piccola… Ma no, dai, saranno già a casa.

Pedala pedala pedala…

Mi rendo conto che il nervosismo di prima è stato spazzato via dalle endorfine dell’attività fisica e soprattutto che sono AUTORIZZATA a godermi questo momento di solitudine, perché è tutto a posto. L’importante è che loro arrivino bene, io ce la farò. Pedala, Chiara. Mi guardo intorno e sento il rumore della sera tra la vegetazione tipica di queste zone, tra questi alberi e arbusti che non riesco a sentire amici, tra questi boschi che sono cupi, poco familiari, poco accoglienti, per chi è abituato a quelli di conifere montane o ai pini marittimi.

Fortuna che mi fa compagnia il cigolio regolare della bici.

Rimasta ferma per troppo tempo, ed è quasi piacevole. Cos’è sta roba? Mamma mia, devo essere passata attraverso a una ragnatela gigante. Vabbè. E tutti questi sacchi di immondizie buttati lungo la strada? E bottigliette, fazzolettini, stracci: scampoli più o meno grandi di un’inciviltà comunque enorme. Mi sono sempre chiesta che faccia ha uno che butta la sua immondizia di casa sul ciglio della strada. E la superstrada subito al di là degli alberi e la prostituta, quella che lavora qui, nel bosco, stasera non c’è. Avrà da fare. Magari è in malattia, o in ferie. Ma le fanno anche loro le ferie? La tredicesima gliela danno? E il primo parcheggio per turisti diretti all’aereoporto, sai quante volte ci sono venuta nella vita, che brutti posti pensavo e mai avrei immaginato di finire a viverci dai quasi ci siamo, ma non erano 8 km? E’ buio.

L’aria sa di buono. La birra è andata, ora respiro, ma sono stanca.

Un altro saliscendi… basta. Però me lo sto godendo, questo ritorno. Ed eccola, lei, ormai tristemente familiare: la torre di controllo del T1. Ci siamo quasi, dai. Se c’è lei, vuol dire che sono quasi a casa. Eppure no, nemmeno stavolta questo posto riesco a sentirlo casa e a desiderare l’approdo.

Ed ecco l’idea!

Lancerò una raccolta di fondi per chi segue la mia storia. Per chi qualche volta ha riso per i miei video di galline e di giardinaggio, per chi mi chiede come faccio a resistere qui (è per questo che faccio video di galline e di giardinaggio!), per chi sa la mia sofferenza di cittadina trapiantata in un ibrido sterile tra campagna, aerei, nulla. Com’è che si dice? Crowdfunding.

Si chiamerà “Aiuta Chiara Rivoli a trovare una casa”.

E per CASA non intendo per forza un’abitazione, qui non si tratta di una mera questione economica. Qui è questione di vita o di morte per la mia creatività. Perché questo posto mi sta uccidendo la carica creativa e mio marito non lo può capire. Non può capire che un aeroporto non può essere casa, perché è il luogo precario per eccellenza e perché noi non siamo Tom Hanks in un film. Quattro anni fa mi ha detto: “Cucciola, io non ho mai convissuto e non mi voglio sposare. Se ci tieni tanto al matrimonio, vieni prima a vivere qui, che facciamo una prova”. L’amore mi ha portata a buttarmi e sono atterrata sulla pista di Malpensa. Il 21 giugno 2018 mi ha sposata, ma adesso chi lo sposta più?

So che mi sgriderà, se mai leggerà questo pezzo. E litigheremo.

Come sempre, quando tocchiamo questo argomento. Per questo ho bisogno del vostro aiuto. La sua “casa del nonno” non lo è più, sono quattro mura umide che tentano di resistere, senza alcun senso, all’avanzata di un aeroporto. Non ci si può far crescere una figlia. Ti prego, amore, portami via. No. Non lo farà mai. Non se non sarò io a trovare un’altra casa e a farla così bella e così nostra da trovare un posto nel suo cuore. Aiutatemi dai, perché da sola non ce la faccio. Crowdfunding, Casafounding.

Ps: Alla fine sono arrivata. Quei due mi hanno dato un quarto d’ora, ma ce l’ho fatta. Ho anche raccolto un po’ d’immondizia e io la faccio, la differenziata. Anche se sto a Malpensa.