Drupacee e corìneo. Sa l’e’?

6 gennaio 2019

Drupacee e corìneo.

Non sto delirando. Non sto studiando un’antica lingua morta. Non sono insulti. E quindi? Sono due termini che ho aggiunto al mio vocabolario cittadino: Drupacee e corìneo. Da quando in città non ci abito quasi più. Ebbene sì, anche a Malpensa c’è qualcosa da imparare, soprattutto se oltre alle piste degli aerei hai un po’ di verde intorno a casa e decidi di scoprire di più su quegli alberi che a un certo punto dell’anno, sempre lo stesso per ognuna, si riempiono di oggetti penzolanti.

Trattasi di “alberi da frutta”.

Fortunatamente, ti accorgi che, nonostante nessuno se ne curi da anni, forse da decenni, e abitino in una delle zone più inquinate d’Italia, il loro ciclo vitale non si è mai interrotto. C’è un però. Le albicocche, per esempio, non sono arancioni e basta? Perché queste hanno delle macchie scure bitorzolute che le ricoprono quasi tutte? Perché alcune poi rimango piccoline e cadono, come rinsecchite? Ne raccolgo una da terra. Tolgo la buccia. La polpa ha un sapore pazzesco! Un sapore… di albicocca! Fortissimo, buonissimo, davvero! Solo che, di centinaia di frutti, solo pochi risultano commestibili. Colpa di quelle bolle scure?

Lo scoprii quattro anni fa.

Non sono una che studia su Internet ma, per farmi una infarinatura di botanica e giardinaggio, la rete mi è stata di aiuto. Che figata poi quando scopri che una tua intuizione è corretta! Ci ho aggiunto il pollice verde che non sapevo di avere e la passione per le piante, novità assoluta della mia nuova vita contadina, e mi sono messa a curare gli alberi del giardino.

La diretta proprzionalità tra Drupacee e “corìneo”.

Famiglia di piante dai frutti carnosi e col nocciolo tipo albicocco, pesco, ciliegio, susino, oliva. Quelli che ci piacciono tanto, ma che senza antiparassitari possono essere smangiucchiati, oltre che dagli insetti (e basta raccoglierli due giorni dopo la maturazione e sei fregato, li trovi tutti bucati!) anche da una bestiaccia maledetta chiamata “corìneo”. Un fungaccio schifoso che colpisce, guarda caso, in ambienti umidi… Maledetta Malpensa!

Uno dice “Ma fregatene! Compra la frutta al supermercato!”

Mio marito dice ma che ne so, le ha piantate mio nonno una vita fa, io non le ho mai cagate. Mio suocero dice ma quella pianta ha più di trent’anni, ormai è vecchia e non produrrà nulla di buono. Va abbattuta, se vuoi ci penso io. Ah sì? Io non la lascio una pianta malata al suo destino. E, come se nella vita non avessi un cacchio da fare, quattro anni fa ho cominciato la guerra.

Mi sono fatta amica quelli del vivaio più vicino.

Mi sono procurata gli attrezzi necessari (in primis, un aggeggio per spruzzare le piante, tipo tanica di plastica da mettere in spalla con uno spruzzino flessibile) e

Per due anni ho effettuato tre disinfezioni all’anno.

La prima alla caduta dell’ultima foglia. Fine novembre, ma la cosa sconvolgente è che, per colpa del caldo, ogni anno andiamo più in là e quest’anno non ho fatto in tempo, perché l’albicocco è rimasto senza foglie a Natale e chi ce lo aveva, il tempo? La seconda a gennaio.  Almeno a un mese e mezzo dopo la prima (ne consegue che quest’anno sono partita direttamente con la seconda); la terza quando le gemme sono gonfie, ma non ancora sbocciate (e guai se ci sono già i fiori, anche perché rischi di uccidere le api). E anche per la terza è un casino, perché la primavera arriva sempre prima.

Lesson 1:

Da quando mi sono messa a curare le piante da frutta e a osservare le stagioni, mi sono resa conto di che cazzo di danno gigante stiamo facendo al sistema… disinfestando. Sono impresentabile: un Ghostbuster goffo e con guanti, cuffia e mascherina, in ciabatte da giardinaggio, su scala a pioli. Spruzzo bene bene tutta la pianta, che si tinge un po’ di verde per via del rame contenuto nel prodotto (poltiglia bordolese, ammessa in agricoltura biologica).

I primi due anni ho utilizzato anche l’olio bianco.

La pianta era infestata di brutto. Ora proseguirò solo col bordolese. Mio suocero ha dovuto ricredersi: alla terza stagione, la mia pianta (“mia”: una pianta è di chi la cura) a cavallo tra giugno e luglio ha prodotto un chilo e mezzo di albicocche al giorno per tre settimane! E non sto parlando di normali albicocche, ma di frutti con una polpa spessa e carnosa, mai provati prima. E la mia gioia è stata pazzesca! Quasi come una applauso meritato alla fine di uno spettacolo riuscito.

Lesson 2:

Le piante “riposano” un anno sì e uno no, per ricaricarsi e rendere al massimo per la fioritura successiva. Tipo mio marito, che dopo due ore insieme a nostra figlia Angelica ha bisogno di riprendersi per altrettante. Lo scorso anno però…nemmeno un’albicocca! Ma anche questo fa parte della natura.

Ricordate che come tutti i viventi, le piante rispondono sempre alle cure e all’amore, anche nei casi che sembrano “da abbattere”. Tipo mio marito.